• Riccardo Varini - Liceo G. Parini

La felicità nel corso della storia del pensiero occidentale: da Platone a Kant

È possibile essere felici? È umana cosa giungere a quell’ideale di benessere dovuto a ciò che facciamo, che dobbiamo fare e che ci piace fare?

La storia del pensiero occidentale su questo tema è divisa; passiamo in rassegna le idee dei grandi pensatori della storia partendo da Platone e arrivando a Kant, con cui mi fermerò perché, di lì in poi, socraticamente, “so di non sapere”.

Platone, filosofo del deduttivismo e del dualismo, sosteneva che l’ “εὐδαιμονία” (la felicità per dirlo alla greca), poteva essere raggiunta ricercando il “bene” e il “bello” tramite un’educazione improntata alla saggezza; è bene sottolineare che, una volta raggiunti certi risultati, la felicità sarebbe svanita se non si fosse impiegato il proprio tempo e la propria volontà alla ricerca del bello e del buono in altri ambiti del nostro vivere quotidiano.

Aristotele, altra pietra miliare della filosofia greca, aveva sviluppato l’idea platonica di felicità: egli riteneva infatti che l’uomo l’avrebbe potuta raggiungere se avesse condotto una vita secondo virtù; pertanto con Aristotele la felicità diventa il risultato di un vissuto razionale, quindi moderato: in altre parole, se l’uomo avesse condotto una vita nel rispetto delle norme della ragione e della virtù, questo sarebbe stato non solo saggio, ma anche felice.

A negare l’esistenza della felicità troviamo invece i cinici: dal momento che la vita di ognuno di noi altro non è che un doloroso susseguirsi di eventi, a rigor di logica l’esistenza di un piacere che ci renda felici non è contemplabile.

La filosofia della felicità per eccellenza è però l’epicureismo: per gli allievi di Epicuro lo studio della filosofia portava alla felicità, ma il termine “filosofia” è qui da intendersi come quell’insieme di precetti per i quali l’uomo possa essere liberato da ansie e turbamenti… insomma, una filosofia pratica. Per capire meglio l’idea che sta dietro a questa corrente filosofica, ritengo fondamentale riportare una traduzione dei versi 935-947 del “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caro.


«Ma come quando i medici cercano di dare ai fanciulli il disgustoso assenzio prima cospargono di dolce e biondo miele gli orli tutt’intorno ai bicchieri, perché gli inesperti fanciulli siano ingannati fino alle labbra, e intanto bevano fino in fondo l’amaro succo dell’assenzio e, pur ingannati, non ricevano danno, ma piuttosto in questo modo rigenerati riacquistino la salute, così io ora, poiché questa dottrina sembra per lo più troppo ostica a coloro che non l’hanno trattata a fondo, e il volgo rifugge da essa, ho voluto esporre a te con l’armonioso canto delle Pieridi la mia ragione».


Il filosofo quindi diventa una sorta di curatore che si pone di risolvere non tanto i problemi fisici dell’uomo, ma quelli psicologici –quest’ultimo termine va colto con uno sguardo rivolto all’antica Grecia, dove con il termine Ψυχή si intendeva l’anima.

Tralasciando tutto il periodo della scolastica, farei un grande salto sulla linea del tempo per arrivare al sedicesimo secolo; qui il personaggio più importante è sicuramente Michel de Montaigne, filosofo e aforista francese. Egli riteneva che la felicità non fosse da ricondurre a principi etici particolari, ma che più semplicemente l’uomo sarebbe stato felice nel momento in cui avesse tratto giovamento dai piaceri offertigli dalla Natura. In altre parole, seguendo l’analisi del filosofo francese Marcel Conche, professore emerito all'Università della Sorbona, il fatto che il soggetto ritenesse di essere felice, bastava a giustificare la sua felicità: «Io penso di essere felice, dunque lo sono».

Ora, le cose cambiano nel corso del 1700 con il filosofo Immanuel Kant: egli riteneva che una vita virtuosa –e quindi guidata dagli stimoli della ragione– sarebbe stata per l’uomo una vita di sacrifici e sforzi continui, una “sofferenza” insostenibile. Ma allora ci si potrebbe chiedere: Kant nega l’esistenza della felicità? No. Tuttavia per legittimarne l’esistenza è necessario postulare l’immortalità dell’anima: Kant sostiene che per potere essere felici noi abbiamo bisogno di un tempo infinito per far sì che la nostra anima si ritenga felice solo agendo secondo virtù; in altri termini, in un tempo infinito l’ideale di felicità e di virtù si fonderebbero in un tutt’uno per la nostra anima.

Sperando di non avervi annoiato troppo, care lettrici e cari lettori, mi appresto a concludere questo breve articolo, chiedendovi di riflettere su quello che voi intendete per felicità, consapevoli questa volta del grande dibattito legato a questo tema che si è tenuto nel corso della storia.


Di Riccardo Varini, Liceo G. Parini, 5°L