• Luca Pietribiasi - Liceo G. Berchet

Recensione di "Diario di un genio" di Salvador Dalì

Celeberrimo, geniale, multimilionario, iperegocentrico: ci sono mille modi in cui ci si potrebbe riferire a Salvador Dalì; non in molti, però, gli darebbero anche il titolo di grande scrittore. Eppure lo è stato, e con Diario di un genio ne abbiamo una prova evidente.

Attraverso una penna vibrante e dinamica, piena di sconvolgente vitalità, uno degli artisti che più hanno segnato il secolo scorso ci accompagna attraverso i suoi processi creativi e le sue riflessioni, che sembrano appartenere a un mondo altro dal nostro. Lo vediamo confrontarsi con i grandi movimenti artistici della sua epoca, uno fra tutti il gruppo surrealista capitanato da Breton, di cui fece parte e con cui in seguito entrò in conflitto, ma anche con poeti d’avanguardia, del calibro di Èluard e Garcìa Lorca, e artisti da lui stimati, come Picasso, o ferocemente criticati, come Manet e Kandinsky.

Lo ascoltiamo mentre compone i grandi quadri, come L’Assunzione o il Corpus Hybericus, mentre progetta film, pubblica raccolte fotografiche, organizza dimostrazioni pubbliche, firma capi d’alta moda, tutto ciò traboccante dello stesso irrefrenabile entusiasmo con cui descrive il volo di una mosca o il risultato del proprio processo digestivo. E, accanto ad ognuna di queste uniche esperienze, troviamo Gala Èluard Dalì, donna della sua vita, che è per lui musa e compagna fino alla fine dei suoi giorni. L’amore per lei illumina ogni pagina, accompagnato da una venerazione che ci fa sembrare di trovarci di fronte a una donna angelicata. Al centro di questo sistema di argomenti così vari, brilla Dalì, una personalità immensa (forse quasi ingombrante, tende talvolta a cadere nel ridondante nei suoi egologi), che non esita a definirsi genio moderno; con un’ostentazione di grandezza fuori da qualsiasi canone di modestia, l’autore si presenta come genio contemporaneo, con un tono che però non lo rende fastidioso ma anzi ci fa sorridere.

Con questo diario, di un’irrazionalità spaventosamente razionale, siamo catapultati all’interno dell’universo daliniano, in cui ogni cosa, per quanto assurda possa apparirci in sé stessa, sembra invece assumere una propria logica stringente all’interno del tutto. Non ci scandalizziamo nel sentir dire che Hitler ha la carne paffuttissima di una donna, che alla base della Merlettaia di Vermeer c’è la spirale logaritmica di un corno di rinoceronte, che, nel paradiso terrestre in cui Dalì vive (Port Lligat), le mosche vestono solamente Balenciaga. Ci troviamo davanti al “più surrealista tra i surrealisti”, che si colloca in maniera diametralmente opposta a una delle correnti di pensiero predominanti del tempo, l’esistenzialismo. È l’artista che, di fronte all’irrazionalità del reale, non si oppone né si meraviglia, non trova motivo di sconforto, ma la considera parte del tutto, anzi, materia fondante, e motivo di continua estasi.

Un libro indubbiamente originale, pieno di pathos e assolutamente coinvolgente, una lettura piuttosto semplice ma davvero emozionante che consiglio sinceramente.



Di Luca Pietribiasi, Liceo G. Berchet, 3°C

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